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Ti racconto la mia anoressia

Avevo 17 anni e il mio scopo era quello di sparire, diventare piccola, invisibile.

Volevo che nessuno più vedesse il mio corpo, le cicatrici di quel maledetto incidente, la delusione, il rifiuto di me stessa.

Volevo che tutti si dimenticassero di me, svanire come una nuvola mossa dal vento, dissolvermi, senza più sentire addosso il peso delle troppe responsabilità che mi davano i miei genitori, dell’eterno conflitto con mia madre, del mio dolore.

Se fossi riuscita nel mio intento, oggi non sarei stata qui a raccontarlo, ma in quel momento la morte non m’interessava, era l’unico vero problema per tutti tranne che per me.

Iniziò per caso, conseguenza di svariate disavventure.

Un giorno mentre ero fuori con amici sorpresi il mio ragazzo, la persona più importante della mia vita, baciarsi con un’altra sotto un portone. Non potevo crederci, il mondo si sgretolò, mai avrei potuto immaginarlo eppure era lì davanti ai miei occhi. Era fine estate, la delusione fu fortissima ma il destino avverso non aveva ancora finito con me. Pochi giorni dopo mentre andavo a scuola con il motorino, fui travolta da un’auto. L’impatto con l’asfalto fu violentissimo e mi causò escoriazioni in gran parte del viso e delle braccia oltre alla frattura dei legamenti del ginocchio.

Ero sfigurata, con il volto segnato da abrasioni e punti di sutura e costretta a letto. Avevo perso tutto, il mio amore, la fiducia negli altri, il mio viso, la mia vita.

Passò un mese prima che potessi rialzarmi e quando finalmente ci riuscì vidi il mio corpo cambiato e non solo quello. Ero in preda allo sconforto e a una profonda depressione, ma non me ne rendevo conto, iniziai a mangiare sempre meno, non avvertivo alcun senso di fame. Psicologicamente devastata dagli eventi, mi vedevo deforme senza riconoscermi, il mio peso iniziò a diminuire e questo mi face star bene perché pensavo così di sparire senza essere notata. I miei genitori allarmati dalla situazione cercarono di aiutarmi, presero svariati appuntamenti dal medico che io sistematicamente annullai. Non avevo bisogno di alcun aiuto, tutto era sotto controllo, mio fratello spesso mi gridava disperato che sarei morta continuando così, ma a me non interessava, niente mi scalfiva.

Pian piano iniziai ad allontanarmi dagli amici, evitavo di uscire, preferivo restare a casa perché cosi potevo mangiare le “mie cose”, un pezzetto di mozzarella a treccia, un pomodoro senza condimento e d’estate una pesca, questo era la mia razione di cibo quotidiana, il solo che mi concedevo. Il primo anno passò senza troppi traumi, poco dopo però i primi segnali si fecero sentire forti e chiari. Il mio ciclo mestruale s’interruppe e inizia a svenire ovunque, improvvisamente. Questi eventi non cambiarono nulla in me, ero sempre convinta di star bene, tendevo a minimizzare ogni cosa.

I miei genitori mi mandarono da una cugina che viveva in un’altra città sperando, magari, che il cambiamento mi svegliasse dal mio torpore. Quel viaggio fu atroce, svenivo sempre. Una sera in particolare mi fece capire che la situazione, forse, non era così sotto controllo come credevo. Ricordo che ero fuori con mia cugina, il suo ragazzo e degli amici, come sempre non avevo mangiato, durante la serata persi i sensi e loro mi aiutarono facendomi rinvenire, mentre rientravamo svenni nuovamente, questa volta spaventati, mia cugina e il suo fidanzato, arrivati casa mi adagiarono sul letto. Mi sveglia la mattina dopo, vestita, senza ricordarmi nulla.

Fu la prima volta che capì che sarei potuta morire.

Dopo 10 mesi dal termine delle mie mestruazioni, decisi di andare dal medico il quale prima mi fece tornare il ciclo con delle pillole, poi mi prescrisse una lunga cura che io feci per brevissimo tempo. Tra le varie compresse da prendere c’erano anche degli psicofarmaci che mi recavano disturbi, mi vedevo bloccata, privata delle mie facoltà. Non accettavo questa situazione, così per un periodo finsi di prenderle, poi le abbandonai del tutto.

Se il cambiamento non scatta nella tua mente, nulla e nessuno sarà in grado di aiutarti.

Avevo 18 anni, frequentavo l’ultimo anno e la mia vita sociale era quasi nulla, i miei amici venivano a trovarmi a casa, ma non avevo voglia di uscire. Mi convinsero a partire per la gita scolastica, mia madre mi riempii lo zaino di farmaci ma io non presi niente in quei giorni, eppure quella breve vacanza fu la mia salvezza. Mi trovavo lontana da casa, dovevo prendermi cura di me, questo mi fece riflettere, vissi quei giorni come una diciottenne doveva fare, ridendo, ballando, giocando, cantando, vivendo. In treno al rientro per la prima volta dopo più di 2 anni risentii il senso di fame, i miei compagni mi riempirono di tutto il cibo che avevano, erano felici, ero felice.

Tornata a casa buttai le medicine e, pian piano, ricominciai a prendere in mano la mia vita. Non fu facile dovevo riabituarmi a mangiare, ad accettarmi, a vivere, ma ci riuscì.

A 17 anni prima dell’incidente il mio peso si aggirava sui 58 kg, dopo due lunghi anni di anoressia, a 19 anni arrivai a pesare 36 kg.

Mentre vivevo il tutto non mi sono mai resa conto di essere affetta da un disturbo alimentare, lo seppi dal medico, si chiamava ANORESSIA, ma a me non interessava, solo dopo capì.

Nessuno può salvarti se tu non vuoi, il cambiamento deve partire da te.

Siamo noi che comandiamo la nostra mente senza rendercene conto e così facendo io non avvertivo il senso di fame, non sentivo nessuna necessità nel nutrirmi, riuscivo a masticare un pezzo di pane solo per sentirne il sapore e poi sputarlo, perché no, non potevo mangiare.

Dai disturbi alimentare non guarisci mai del tutto, resti sempre borderline, devi costantemente tenere alta l’attenzione e combattere contro te stesso, perché basta poco per ricadere, però ormai so cosa c’è dall’altra parte e so che la vita ha un valore molto più grande. Non esistono segnali specifici e ogni storia e diversa, ma ci sono dei cambiamenti che fanno le persone in difficoltà, sono piccoli ma evidenti. Basta un cambio di abitudini nella vita sociale, isolarsi, ridurre l’attività sportiva, oppure un mutamento d’umore, si tende a diventare più aggressivi per celare così il proprio disturbo.

La famiglia può aiutarci parlando con uno specialista, anche se il soggetto in un primo momento rifiuta l’aiuto e bene che si tenga un contatto costante con il medico. Spesso i genitori inconsapevolmente sono cause di questi disturbi, quindi è bene interrogarsi e aiutare i ragazzi in difficoltà. Ci si sente spaesati, c’è timore, imbarazzo, paura di non essere capiti, la famiglia deve supportare ogni step, comprendere dove si sbaglia e migliorare insieme.

Molte volte questa insana voglia di sparire è solo un disperato e silenzioso bisogno di essere visti ed aiutati.

 

Giornata nazionale dei Disturbi del Comportamento Alimentari, in Italia sono 3 milioni i giovani che soffrono di DCA, un fenomeno spesso sottovalutato: il 95,9% sono donne, il 4,1% uomini.