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Io, il Covid e me

I sintomi che non ti dicono:

Il primo sintomo del Covid che senti quando hai la certezza che ti alberga dentro è l’unico di cui nessuno ha apertamente parlato: ti manca la terra da sotto i piedi. E’ come se il pavimento di casa tua si aprisse e tu, in un turbinio di suoni e voci ovattate, inizi a precipitare per cadere esattamente dove sei, nel punto da cui non ti potrai più muovere per i prossimi giorni. Quanti? Non è dato saperlo e non lo saprai per un bel po’.

Ti si affollano nella mente tutte le cose che avresti dovuto fare e di cui già parli al condizionale, ti si parano davanti le facce di tutte le persone che non potrai vedere , primi fra tutti i tuoi genitori che iniziano a mancarti all’istante ma che sai che verranno salvati proprio dalla tua assenza.

Il secondo sintomo, almeno per me, è il senso di colpa. Innanzitutto per chi vive con te, nel mio caso mio marito. Mi sono sentita in colpa e responsabile nei suoi confronti per aver portato il virus in casa. Come se lo avessi raccolto volontariamente dalla strada come si potrebbe fare con un gattino per salvarlo dalla pioggia.

Poi ti senti in colpa con i tuoi genitori, io con mia madre soprattutto. Invalida da poco più di un anno per lei sono fondamentale per molte cose. Il tuo cuore implode al pensiero di tutto ciò che le verrà meno nella tua totale assenza e ciò che resta di lui, del tuo cuore ndr, finisce in frantumi quando la tua cagnolina ti guarda chinando la testolina di lato mentre siede paziente sotto al suo guinzaglio. E’ l’ora della sua passeggiata e tu ti ritrovi con le lacrime agli occhi a dirle “ Scusa, scusa, scusa…è colpa mia se non puoi uscire. Ti prego falla in casa” che poi è l’esatto contrario di quello che le imploravi di fare sei anni fa, appena era arrivata a casa: “Ti prego, ti prego, ti prego falla fuori sta cazz di pipì!”

 

 

Il terzo sintomo è la paura fottuta. Nel mio caso più che per me io ho avuto paura per mio marito. Diabetico da 30 anni gli mancavo solo io col male dell’anno. Lui non ha sintomi, per fortuna e, da consiglio dei nostri medici curanti (sì, ognuno ha il suo in una provincia diversa perché a noi piace spaziare) dovrà aspettare almeno un altro paio di giorni per fare il tampone e così sarà. Fino a che però la tua speranza non diventa certezza, ovvero che lui sia negativo, è un continuo : “Come stai? Misurati la febbre. Li senti gli odori? Ti fa male la gola? Ti fa male la testa? ” .

Sì lo so che sembro la piccola fiammiferaia con la madre invalida ed il marito diabetico . Per amore di completezza vi dico pure che la cagnolina di cui sopra ha il morbo di Crohn. Sì anche i cani lo hanno e no, non credo di portare sfiga io è la vita che quando vuole ha davvero un’ ironia tutta sua.

I sintomi che sai:

I sintomi di cui tutti parlano, quelli proprio legati alla malattia, all’inizio tu non li capisci bene. Potrebbe essere tutto e niente ma una voce dentro te dice: “E’ lui, l’hai beccato”. Non la so spiegare questa sensazione ma è un po’ come se ti sentissi attraversare da qualcosa e, all’improvviso, nascesse in te questa consapevolezza. Intanto hai poca febbre e solo per un giorno (37.3) ma ti fanno male tutte le ossa come dopo una rissa alla Rinascente per l’ultimo paio di scarpe scontate al 70%. Sei così stanca da non riuscire nemmeno ad alzarti dalla sedia anche se la cosa più faticosa che hai fatto è stata scuotere il termometro. Odori e sapori ancora li percepisci ma in compenso ti senti un pugnale conficcato al centro della schiena. Che voglia dirti qualcosa questa maledetta malattia? Tipo che devi stare attento come Cesare doveva fare con Bruto? Sì, bisogna stare molto attenti per tutto e soprattutto per il Covid perché è infingardo e subdolo e ti attacca quando meno te lo aspetti.

 

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Onestamente conosco poche persone che sono state attente quanto me in questi ultimi nove mesi e non ho idea di quale sia stato il mio passo falso per contagiarmi ma tant’è. Io sono qui a scrivervi del mio Covid e voi lì fuori a comperare regali di Natale. Che poi è un po’ la parabola della mia vita: più tengo ad una cosa più mi sfugge dalle mani. Stavolta è toccato alla mia salute e, per fortuna, solo alla mia perché a distanza di quattro settimane dal primo sintomo l’unica certezza che ho è di non aver contagiato nessuno. (E probabilmente, se non fossi stata così solerte chiudendomi in casa al primo sospetto, non sarebbe andata così. )

Il black out degli odori arriva all’improvviso a distanza di quasi una settimana. Stai cucinando e ti accorgi che l’ odore dei broccoli non lo senti per nulla ma l’aceto sì. Dopo poche ore non sentirai nemmeno quello con buona pace anche del gusto che senza olfatto ha ben poco da fare.

Le cose che impari a fare ( o almeno ci provi) :

Passati i primi attimi di sgomento ti metti in ascolto. Di te. Per la prima volta in 42 anni mi sono davvero messa in ascolto del mio corpo. Del mio respiro che solo in rari momenti diventa affannoso. Dei dolori che vanno e vengono e continuano anche a distanza di tempo. Della testa che ad un certo punto inizia a farti male assai ma per fortuna dura pochi giorni. Della pancia che ti sembra una lavatrice. E poi l’appetito che va via (però poi più o meno torna quindi no, nemmeno stavolta diventerai magrissima). E la temperatura misurata tre volte al giorno o la saturazione che, mi raccomando, non deve scendere mai sotto ai novantacinque.

Io ho sempre inconsapevolmente agito da trattore. Ho camminato e salito scale coi menischi rotti. Sono andata a lavoro con la febbre quando ancora non rischiavo una denuncia per procurata pandemia. La temperatura la misuravo poggiando il palmo della mano sulla fronte liquidandomi con un lapidario “non ne ho! (febbre)”. Adesso invece tendo l’orecchio verso me stessa. Ogni giorno che passa ed io rimango a casa senza segni di peggioramento è un giorno in più in cui il mio cuore fa un balzo in avanti. Senza tachicardia, per fortuna. Fai la conta dei giorni per capire quando puoi definirti fuori pericolo, tiri un sospiro di sollievo quando capisci che da quel momento in poi se tutto va bene è pressoché impossibile che la tua situazione si aggravi. Rimetti nei cassetti le cose che avevi ficcato in valigia e tenuto accanto alla porta, felice per una volta di non aver portato fuori casa il tuo bagaglio.

Ho continuato comunque io ad occuparmi della cucina bardata un po’ come Dexter quando ha il suo daffare con in più la mascherina. Non proprio una cosa comoda ma il cibo è una delle mie grandi passioni e stare chiusa in una stanza, con una sentenza provvisoria di “fine pena mai” , non aiuta più di tanto il tuo sistema nervoso già compromesso. E poi ho avuto la necessità di tenere le mani occupate. Ma avete idea di quanto sia difficile cucinare senza sentire nulla? Ho iniziato a cercare gli odori ed i sapori con gli occhi mettendo molta più attenzione in ciò che facevo e, a detta di mio marito, ottenendo ottimi risultati. E’ perché quando perdi qualcosa affini gli altri sensi per far funzionare tutto? Può essere fatto sta che ho imparato a cucinare in un modo diverso, forse più intenso. Intanto non demordo e continuo ad odorare ogni cosa nella speranza di ricominciare a sentirne il profumo o la puzza e, soprattutto, volendo fortemente credere che tutto smetterà di avere lo stesso sapore delle pareti di casa se decidessi di leccarle.

Per evitare che la gommapiuma del divano letto , che stavolta in casa tua ospita te, ti inglobi senza soluzioni di ritorno dall’apatia impari ad organizzare le tue giornate in modo da essere sempre occupata e produttiva. Appena il sole arriva sul mio balcone, ad esempio, esco fuori e mi siedo a leggere finché dura il tepore. Guardo serie tv e film annotando tutto in agenda per ricordare cosa ho visto e quando e fare in modo che non si confondano in mezzo a tutto il resto. Lavoro a maglia e ricamo dandomi delle scadenze per finire le cose che sto facendo. Seguo tutorial per cercare di imparare cose che ancora non so fare tipo l’arte delle pieghe del pane. Cambio il look alla stanza che mi ospita. Preparo pacchi da spedire una volta fuori. Cazzeggio su Instagram. E sono malata, una cosa da nullafacente fatemela fare! Io che ho passato la vita lamentandomi del fatto che non so gestire il tempo, che pare scivolarmi tra le dita, chiusa per un mese in una stanza forse capisco davvero come fare a gestirlo. Ad organizzarlo. Speriamo duri!

Il telefono, gli amici e l’Asp

Il garbato rettangolo di tecnologia che ti porti dietro come estensione della tua mano destra, nel momento in cui ti ritrovi costretta in casa, diventa il tuo unico contatto col mondo esterno. Le videochiamate coi tuoi genitori, le chiacchiere con le amiche, i messaggi su WhatsApp ti aiutano a tenere presente che esiste una rete di persone che tiene a te e trova il modo di fartelo sapere. E questo un po’ ti salva.

Ci sono amici che ti chiamano ogni giorno, altri che si fanno sentire spesso anche solo con un messaggio. Chi si fa vivo solo all’inizio e dopo un mese non ha idea del fatto che tu sia ancora ficcata a casa, ma la vita lì fuori continua anche se tu ne sei esentata al momento. C’è chi ti racconta qualche sciocchezza per farti ridere, chi si mette a tua disposizione per ogni cosa, chi ti tiene informata su quello che ti sei persa e chi si perde te e tutto il resto. C’è chi, anche se non lo vedo, so che fa spallucce e chi ride quando gli dici che ti tieni sotto controllo col saturimetro, come se fossi tu la fissata non sto virus che all’improvviso può decidere di romperti le scatole ancora di più. C’è chi ti subissa di domande senza capire che ti sta mettendo solo più ansia, chi non ti chiede proprio niente e chi continua a chiederti solo quando uscirai di casa.

Ci sono quelli che ti dicono “Dai buono, lo hai preso in forma leggera!” e tu ti mordi la lingua per non rispondere : “Buono un corno!”. C’è chi ti fornisce in tempi record tutti i numeri utili e chi ci è già passato e ti conforta dicendoti che andrà tutto come si deve. Ci sono gesti romantici di tempi andati in cui speri e che non arrivano e regali appesi alla porta dai tuoi deliziosi vicini di casa. C’è il pane caldo che il tuo capo ti porta a sorpresa una domenica sera ed il pacchetto di un’amica lontana che vale doppio perché te lo ha mandato a prescindere, lei non sa nemmeno che tu sei positiva e tutto il resto. Ci sono amici che vengono a salutarti sotto il balcone di casa, chi ogni mattina ti dedica un buongiorno e chi ogni sera ti manda un video per farti ridere. Dio li benedica tutti.

 

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Poi ci sono le telefonate dei medici dell’Asp. Nei mesi precedenti la tua malattia hai sentito così tante storie su come tutti siano stati abbandonati e poco seguiti che inizialmente pensi che resterai chiusa in casa fino a che non manderanno una squadra di soccorso a cercarti. Invece almeno in questo hai un pizzico di fortuna. Tu per loro esisti e ci tengono a fartelo sapere chiamandoti spesso da un certo momento in poi. Vengono anche puntuali a farti un primo tampone di controllo ma è ancora positivo quindi rimettiti a posto la tinta per capelli. Inutile sprecarla per restare chiusa in casa.

Come i medici tutti quelli che ti chiamano vogliono sapere come stai ma tu come glielo spieghi che non lo sai neanche tu?

Stai bene perché non sei in ospedale ma non è che le tue giornale siano questo gran divertimento. Ed i sintomi che continui ad avere non sai se sono spia del fatto che ancora hai chi ti passeggia dentro o sono quelli che tutti dicono ti resteranno in eredità per un po’. Quindi come stai?

La cosa che so però è che appena ci sei nel mezzo non ti interessa più nulla di numeri, statistiche, elenchi e teorie. Nessuna di questa cose fornisce risposte e tu sei piena di domande. Così spegni quella parte del cervello attenta fino al giorno prima ad assorbire ogni tipo di novità sul virus e la situazione attuale nel tuo paese, nella tua regione, nella tua provincia. Quando diventi numero nella massa delle percentuali chiudi la saracinesca e tanti saluti e baci ma a distanza, tranquilli, chè sono ancora positiva!